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La Casa Navigante

Le piaceva tanto dormire in barca. Le piaceva perché dentro quel corpo buio di balena, dentro il ventre di quello strano animale di legno che a volte sembrava vivo, nelle notti quiete, si percepivano odori familiari, si sentiva il respiro del fiume e il sonno delle barche e il russare tranquillo di suo padre.

Lei, Amalia, viveva con i nonni, nella casetta di via del Pass; nella casupola vecchia, con le imposte verdi e scrostate dall’umidità, con l’orticello ordinato e tirato a lustro più della cucina e con il cortiletto verso il levar del sole intasato di cordame e tavole e pale e rotoli di vecchie vele dai colori stinti. Quella casetta che, si capiva, avrebbe voluto affacciarsi al fiume e che ora invece guardava dappresso quello strano muro d’erba che le chiudeva l’orizzonte del calar del sole come una frontiera che esclude, che lascia fuori. A stento, dalla finestra della cameretta del primo piano, che divideva con il fratellino Tommaso, riusciva a intuire l’altra realtà, quella oltre l’argine, della golena, quella del porto sul fiume. Scorgeva gli alberi dei burci ondeggiare al battito delle onde d’abbrivio e ne sentiva la musica di voci umane e di grida, i rumori degli attrezzi e il suono delle corde che tintinnavano al soffiare del vento di bora su misteriosi oggetti metallici.

Lei amava quel mondo di uomini affaccendati e di barche pigre e dormienti, perché era una frontiera, un luogo da cui si parte verso mete sconosciute e lontane, scivolando sull’acqua, lentamente, dolcemente, come fanno i sogni.

Amaliaaaa!! Vientu casa???” Le gridava la nonna quando faceva buio “Dai picoea, vien casa, che l’è da pareciàr la toea e to pare stasera nol riva….dai bea, dai!!

Lei allora volgeva ancora uno sguardo alle ombre azzurre che di adagiavano sulle acque e avvolgevano il fiume e gli alberi della sponda opposta e poi scendeva la scaletta ripida e affondata nel versante erboso dell’argine. Anche quel giorno era trascorso e l’indomani sarebbe stato uguale: ancora una volta, seduta sull’erba di quel balcone sospeso, avrebbe osservato l’ansa del Piave che piegava decisa verso San Donà e il bosco di pioppi ciarlieri aggrappato alla riva opposta e le sinuosità dell’alveo che salivano, a monte, verso gli squeri dell’America di Fossalta, dove si fabbricavano i burci.

Per lei quello era un orizzonte domestico, ma anche un pianeta, un universo intero, che ogni giorno sembrava mostrarsi nuovo, ricco di eventi e del tramestio d’uomini, di bestie e di materiali, di colori e di suoni. Quello, del resto, era il solo modo che aveva di viaggiare accanto a suo padre e sua madre: con l’immaginazione e con i sogni, aspettando che dall’ansa di mezzogiorno comparisse la sagoma bonaria e forte, placida e robusta del suo burcio, di ritorno da lontano. E quando i due alberi andavano allineandosi alla grande curva per prendere la direzione del porto, allora le spuntavano le ali e si precipitava giù dal sentiero ripido dell’argine, per correre incontro al gigante mite che scivolava lentamente sulle acque verderame.

Il primo a vederla, in quelle occasioni, era sempre Temistocle, il vecchio cavallante. Reggendo la cavezza di Julio, il baio dalle zampe robuste e dal collo possente, il vecchio Temi l’apostrofava di lontano gridandole “…Maliaaaa, semo drio rivàr!!!!!…. Rivemo Maliaaaa!!!!” e mentre la salutava con la voce agitava il braccio e rideva di gusto ostentando le numerose fallanze della sua dentatura e un sorriso assediato da rughe profonde come gli anni che le avevano scavate.

Anche Flik, il bastardino nero con le calze bianche si accorgeva di lei non appena ella si lanciava di corsa attraverso lo spiazzo del porto. E allora cominciava ad abbaiare eccitatissimo, girando su se stesso sulla plancia di prua come fosse spiritato, con il rischio di scivolare nell’acqua.

Di solito però la vacanza vissuta con i suoi genitori, com’ella considerava i giorni trascorsi insieme, durava poco. Appena il tempo di scaricare, di assistere al lavoro delle file d’uomini che salivano con la carriola lungo la pesante tavola che fungeva da passerella, di osservare il loro lavoro faticoso, magari ridendo alle loro imprecazioni o alle loro battute scherzose standosene seduta sul bordo della plancia, con i piedi a penzoloni sul fiume. Poi le pulizie, il carico delle provviste, gli abbracci, le raccomandazioni, le promesse di regali e favole, di racconti per la volta prossima e infine le lacrime, con la solitudine tornava padrona del suo animo.

Quanto avrebbe voluto partire, andare alla scoperta di tutto ciò che si nascondeva oltre gli orizzonti del porto seguendo quella grande strada d’acqua, così rassicurante e generosa di promesse e lunga, lunga forse fino all’infinito.

E invece lei rimaneva sempre lì, per guardare Tommaso, aiutargli a fare i compiti, aiutare la nonna a cucinare, prelevare le uova dal pollaio, passare la scopa sui pavimenti, riassettare i letti, stendere la biancheria lavata aiutandosi con una vecchia cassetta, ché altrimenti non arrivava al filo. Tante cose che le lasciavano soltanto i segreti e rari momenti di vuoto in cui fuggiva con sé stessa per rifugiarsi alla sommità dell’argine.

Anche il nonno, del resto, era sempre indaffarato e non era mai in casa. Con qualsiasi tempo, pioggia o canicola che fosse, lui usciva in cortile o scendeva al porto, oppure si rifugiava di nascosto nelle osterie fumose che si affacciavano sulla via d’accesso al fiume. Forse lo faceva per sottrarsi alle lamentele continue della nonna, alla sua lagna instancabile, che lo tediava senza tregua non appena si affacciava all’uscio, come le mosche d’estate.

Lei però non voleva male al nonno, anzi, le piaceva quando lui sorrideva o scherzava perché in quei momenti le sembrava di scorgere nelle espressioni del suo viso quelle di suo padre: come se d’improvviso lui fosse invecchiato. E le piaceva soprattutto quando la portava con sé a cercare i viticci del luppolo, per fare i risotti; quando partivano con la borsa vecchia di rafia e andavano lungo le sponde del fiume, verso Romanziol, a frugare nelle siepi di rovo e nei boschi di robinia.

Le piaceva perché rimanevano finalmente loro due soli e camminavano fianco a fianco e anche se lui parlava poco lei si sentiva bene, in pace col mondo, felice di stare con un uomo che le ispirava la stessa pacifica forza del fiume, la stessa saggezza, la stessa ricchezza.

Sognava Amalia; sognava e soffriva in silenzio di una sottile nostalgia per i suoi affetti più cari, desiderando di partire un giorno accanto a loro e di perdersi lungo le anse che solcano gli orizzonti piatti verso mare, per scoprire il mondo, come zingari del fiume.

La scuola del resto, era già finita per lei; aveva ormai dodici anni suonati e la quinta elementare s’era conclusa con gli esami che l’avevano promossa già nel giugno dell’anno prima. Ora non poteva più andarci sui banchi di legno scuro, perché loro, i Zorzetto non erano gente di quella che può studiare, che ha soldi per libri, quaderni e gomme da cancellare e carte assorbenti e pennini e cartelle. Loro erano gente di fiume, di quella che lavora e che deve arrangiarsi giorno per giorno.

Della scuola però le era rimasto un ricordo, segreto e dolcissimo, incancellabile: l’abbraccio e gli occhi lucidi della sua maestra, che le aveva raccomandato di continuare a leggere e scrivere per non perdere l’esercizio, perché lei era brava e un giorno avrebbe potuto insegnare anche ai suoi. In quell’occasione la maestra le aveva regalato un quadernetto con la copertina nera, con le righe fitte e il bordo delle pagine rosso scuro e le aveva anche dato un bacio.

Quel quadernetto era l’oggetto più prezioso che le fosse mai stato donato e lo custodiva gelosamente sotto il letto, sul fondo della sua cassetta-baule, tra la biancheria pulita e i fiori di lavanda che raccoglieva in giardino. Un giorno, un giorno veramente speciale, l’avrebbe portato con sé e avrebbe riempito quelle belle pagine bianche divise da righe sottili con i segni che materializzano sulla carta i pensieri. Certo non sospettava neppure la bella Amalia, la bambina gracile dai capelli lunghi e lucenti, quell’esile essere umano con le gambe lunghe e scarne che somigliavano vagamente a quelle di una cicogna, che il tempo del quadernetto sarebbero giunti così presto.

Anche per questo, forse, la sua gioia all’annuncio della partenza imminente, esplose incontenibile e parve dilagare nello spazio brullo del porto come una marea di fresco e travolgente entusiasmo, di allegria e di felicità pure, di cui nessuno peraltro si sforzò di comprendere il motivo.

Il solo a piangere inconsolabile in quell’occasione fu Tommaso, cui dovettero essere fatte molte promesse e che alla fine si convinse che ciò che veniva concesso alla sorella sarebbe toccato a lui di li a poco e in misura assai maggiore, come si conveniva per un maschio.

Partirono ch’era ancora buio perché la marea era calante e l’acqua scivolava più veloce verso il mare. Partirono alla metà di maggio, con la luna piena e la destinazione aveva un nome misterioso e affascinante, da antica città, da porto delle meraviglie, da luogo lontano e prigioniero della storia: Sermide. Era il 1937.

Un anno strano e inquietante quello, un anno di tempeste lontane di cui si sentiva il rombo minaccioso e talvolta incombente al punto da turbare i sonni del nonno, perché lui la guerra l’aveva provata. Si combatteva in Spagna e le notizie erano di rovesci sanguinosi e di rappresaglie atroci, come un fuoco che all’orizzonte s’annuncia sinistro e avanza lentamente.

Amalia però non soffriva più di tanto per le inquietudini del nonno o per le espressioni preoccupate del padre, per i suoi discorsi bisbigliati e infarciti di chissà quali segreti; lei ora era alle soglie del paradiso, e il tempo di quell’avventura non sarebbe stato turbato da nulla che non fosse il suo stesso entusiasmo, così difficile da tenere a freno. La sua voglia di vivere minuto per minuto quel frammento di vita che segretamente si augurava lungo, anzi lunghissimo, non lasciava spazio ad altri stati d’animo.

Nei quattro giorni che aveva avuto per prepararsi alla partenza, per organizzare le sue poche cose e per salutare la Rosina, sua amica del cuore, era riuscita a raccogliere tutto ciò che le premeva in una scatola da scarpe. Vi aveva riposto il quadernetto, un mezzo lapis a punta fine, un temperamatite e una gomma e persino due mozziconi di candela che era riuscita a risparmiare e che custodiva da mesi. E poi tre sacchettini di stoffa con la cordicella per conservare gli oggetti-ricordo che avesse trovato, e due nastri rossi per le trecce se fosse capitato di andare a messa e poi alcuni aghi, quattro spagnolette di filo colorato e un piccolo ditale dorato che le serviva per i suoi timidi approcci al ricamo; infine alcuni fazzoletti con le viole ricamate e profumati di lavanda, perché erano i suoi portafortuna.

Sua madre si era raccomandata che portasse solo l’indispensabile, ché nella stiva di prua c’era poco posto e per il superfluo proprio non ce n’era, ma lei la sua scatola era riuscita a portarla senza dare troppo nell’occhio e a nasconderla, dietro il cuscino del pagliericcio.

Quella mattina il Piave era avvolto in una strano sudario viola scuro e opaco che non lasciava distinguere il margine tra l’acqua e la sponda. Tutto era fuso in un solo colore: le figure umane, le barche, il fiume, gli alberi e la sponda e se non fosse stato per le lanterne a petrolio che gli uomini reggevano e di cui l’acqua buia rifletteva la luce con guizzi dorati, il porto sarebbe parso un luogo sconosciuto.

C’era un silenzio strano, leggero e sospeso nell’aria umida e gli stessi uomini parlavano sottovoce. Dal Piave giungevano rari richiami di uccelli disturbati e un fruscio liquido e sommesso, d’acqua che scorre, richiamata al mare dalla marea calante.

A levante il chiarore dell’alba s’intuiva soltanto e l’alito d’aria che sfiorava l’acqua era insolitamente fresco, anzi quasi freddo.

Amalia si stringeva nello scialle di lana che la madre le aveva posato sulle spalle gracili e se ne stava rannicchiata, vicino all’albero di prua a osservare i movimenti concitati ma sicuri. Sembrava, quella messa in atto dagli uomini e dalla madre, una cerimonia tante volte provata e collaudata e dunque usuale, ma lei ne era affascinata; anzi, lo era proprio per quei loro gesti sicuri e per la loro intesa che non richiedeva parole, esortazioni o imprecazioni. Anche se quella notte non aveva dormito e s’era rigirata decine di volte nel pagliericcio ora era attenta, con gli occhi sgranati nel buio, come a non volersi perdere un attimo pur sapendo di non poter fare nulla per dare una mano.

A bordo sarebbero stati in quattro; oltre a lei, al padre Ulisse e alla madre che di nome faceva Beppa Scaramal, c’era anche Gelindo, un giovane barcaro sui trent’anni.

L’aveva allevato suo padre, Gelindo e anche se era più giovane di soli sette anni era stato proprio lui ad accoglierlo sul burcio di famiglia sedici anni prima. Ulisse a quel tempo aveva solo ventidue anni e Gelindo, cui era morta la madre di Spagnola e che aveva solo quattordici anni, era stato imbarcato come mozzo. In quegli anni lontani il nonno navigava ancora, ma essendo capitano della sua “nave di fiume” aveva affidato il ragazzo al figlio, raccomandandogli di non essere duro, né arrendevole e di trattarlo come un fratello. Quel ragazzo era figlio di un suo commilitone, di un fratello del Grappa, come lo chiamava lui e s’era prestato volentieri ad ospitarlo per insegnargli un mestiere e mantenerlo.

E così era stato, al punto che ora Gelindo, che era cresciuto in barca, era ormai uno di famiglia.

La manovra durò lo spazio d’una mezz’ora e il burcio poté salpare ch’era ancora buio, anche se la fascia di luce che si scorgeva oltre l’argine, a levante, s’era fatta più decisa. La pesante barca venne liberata dagli ormeggi e allontanata dalla sponda mediante lunghe pertiche; poi venne girata lentamente su sé stessa e infine orientata nel verso della corrente. Gelindo afferrò la barra del timone e il gigante cominciò a scivolare placidamente sull’acqua, in silenzio, quasi non volesse disturbare il risveglio imminente del fiume. Una barchetta legata al suo fianco lo seguiva fedele, beccheggiando all’abbrivio come un bambino che saltella seguendo la madre.

Fu in quel momento, a manovra conclusa che la Beppa chiamò Amalia perché scendesse sotto coperta. “Dai, Amalia che te ciapa fredo…. Vien zo, dai!” Le disse, ma Amalia incantata volle starsene ancora un poco rannicchiata vicino all’albero. Voleva vedere la prima luce del sole fare capolino dal profilo dell’argine e chiese di potersi trattenere ancora un poco. Accanto a lei Flik, anche lui rannicchiato e tremante, sembrava aver trovato finalmente qualcuno con cui condividere le frementi emozioni della partenza.

Il burcio affrontò la prima ansa tenendosi al centro dell’alveo, poi percorse quella profonda di Cà Memo; superò lentamente gli approdi del traghetto per Fossalta e Gelindo lanciò una voce di saluto al vecchio che già armeggiava intorno al battello. Infine s’infilò tra le anse del Gonfo, dove le secche sabbiose imponevano al timoniere una conoscenza profonda dell’alveo e delle maree. E in quel tratto l’alba dispiegò le sue scenografie sulla lama lucente dell’acqua che scorreva pigra.

Mentre il cielo si tingeva di un rosa delicato una nebbiolina d’argento cominciò a galleggiare, esalando dall’acqua fino a stendere un velo di perla sulla superficie appena increspata.

Ora la pesante imbarcazione si muoveva tra i veli evanescenti che scivolavano lungo le fiancate quasi volessero accarezzarle, mentre la volta celeste s’incendiava d’un colore sanguigno. La luce nuova ritagliava nitidamente i profili delle cime protese verso l’alto a sostenere l’albero traverso della vela al terzo e lo scenario sembrava quello di un sogno troppo bello per essere raccontato da semplici parole. Una coppia di germani s’alzò in volo rumorosamente davanti alla prua e Amalia ebbe un lieve sobbalzo. Poi, quando l’alba ebbe deciso di cedere il passo al giorno il disco del sole s’affacciò oltre il profilo nudo dell’argine e uno scroscio di luce arancione dilagò sulle cose come una risacca dorata, trasfigurando la realtà con colori accesi e irreali.

I profili neri di un cavallo e di un cavallante percorrevano stancamente l’argine di levante verso monte. Forse era Temi o forse no, ma Amalia si rizzò in piedi e agitò il braccio per salutare.

Avrebbe voluto piangere di gioia.

Quel viaggio, il primo lungo viaggio della sua vita alla scoperta del mondo, durò quasi quattro settimane: un tempo infinito, scandito dal silenzio placido delle acque del Po e dai suoni domestici dei paesi affacciati ai fiumi, dal rintocco delle campane che annunciava mezzodì o il vespro. Un viaggio che portò Amalia oltre i confini del suo immaginario e che dispiegò davanti ai suoi occhi meravigliati una laguna luminosa, una pianura senza confini e canneti, anse anguste e fiumi tanto grandi da non potersene scorgere le due sponde insieme e campanili a decine e poi uomini, barche, animali e ancora, ancora, fino a non poter neppure ricordare tutto insieme, ma solo un pezzettino alla volta, un’emozione per volta.

Tutto questo s’è perduto nel sedimento del tempo, nell’alternarsi delle lune, nel fluire delle correnti e nel rincorrersi incessante delle stagioni per anni, per decenni, per lo spazio di vite intere.

A noi è giunta soltanto una paginetta ingiallita di quaderno; una sola, con il margine esile che s’intuisce tinto di rosso perché il colore deborda appena, in certi punti. Una paginetta riempita di poche righe scritte a matita con una calligrafia infantile ma diligente, ordinata; una calligrafia di donna in bocciolo che aspettava di scoprire la vita come s’aspetta, con trepidazione, di scoprire gli orizzonti che si apriranno oltre l’ansa angusta del fiume, oltre i sipari d’alberi, che sembrano aprirsi davanti alla prua del burcio che fende sicura l’ignoto.

Sermide, 5 giugno 1937

 Oggi la mamma s’è alzata presto ed è scesa al lavatoio della riva a lavare i panni e a parlare con le altre donne. Io l’ho accompagnata e poi ho steso la biancheria sulla corda tesa sul fianco della barca esposto al sole. Gelindo s’è seduto sulla fiancata e s’è messo a pescare perché ha detto che voleva prendere la cena. Poi sono arrivati i ragazzini che hanno cominciato a fare il bagno tutti nudi. Sembravano scimmiette lucenti e facevano capriole dal pontile, spruzzi e una grande cagnara. E’ bello Gelindo senza la camicia, con i capelli che luccicano di brillantina al sole.

Domani partiremo per tornare a casa. Ho voglia di rivedere il nonno.”