Maggio

Certi nomi sono difficili da portare. Di solito avviene che il nome strano lo si affibia ad un bimbetto, che se lo porta con inconsapevole, disinvolta allegria, ma poi con il tempo si avverte l’incongruenza, che fa stridere il suo significato e mette in evidenza difformità profonde tra il carattere, l’aspetto ed i comportamenti dell’uomo ed appunto il significato del suo nome.

Così era successo a Maggio, ultimo di quattro fratelli, cui era morta la madre, come spesso avveniva tra i poveri dei suoi tempi, nel momento stesso della nascita. Da subito s’era rivelato un bambino taciturno, poco propenso al sorriso ed al gioco in compagnia, anche se tranquillo e sorprendentemente generoso. Era cresciuto, del resto presso una zia materna, essendosi il padre risposato con un’altra donna che già aveva un figlio. Non che fosse stato rifiutato dalla matrigna, anzi: è piuttosto che proprio non ce n’era per tutti ed il sacrificio maggiore era stato chiesto proprio a lui, al più piccolo. Tra i braccianti e i diseredati, che faticavano con la zappa in mano per dieci ore al giorno per avere appena di che vestirsi e sfamarsi, non erano in uso, in quegli anni, forme di assistenza all’infanzia: non si sapeva cosa fossero gli psicologi che interrogano i bambini per scoprire i loro segreti disagi e porvi rimedio. Così Maggio crebbe portando nel proprio animo il dolore della separazione dai fratelli e quello, ancor più lacerante, di non avere una madre da cui essere rimproverato, premiato e tra le cui braccia rifugiarsi nei momenti di sconforto. Il suo carattere di ribelle andò dunque formandosi poco a poco, nella rarefatta vacuità di affetti troppo lontani, nell’assenza di amici veri, nella cupa incertezza per un futuro di uomo che prometteva soltanto tribolazioni, rinunce e dura disciplina ad idee che non condivideva. Nei vent’anni della sua vita di bambino silenzioso, di adolescente solitario e di giovane inquieto, il Fascismo aveva afferrato le redini della Nazione ed era cresciuto sino a divenire per molti una fede, assoluta e violenta. A questa stessa, infine, il giovane Maggio, dalle mani callose di badilante, s’era ribellato con forza e determinazione. Contro tutto questo egli rivendicava il diritto di costruirsi un futuro libero da parole d’ordine, da servilismi, da miserie morali, da pesantissimi silenzi imposti. Con l’incoscienza ed il coraggio che soltanto i vent’anni e l’assenza di esperienze di vita impongono, non aveva neanche cercato conforto in altre ideologie o in diversi credo: egli era solo e per questo considerato con sospetto ancora maggiore.

Al termine del primo mese di leva, nell’aprile del 1940, l’avevano assegnato ad un battaglione punitivo e caricato con migliaia di altri sventurati, su una lentissima tradotta diretta verso est. Della Russia Maggio sapeva soltanto ciò che si leggeva sul sussidiario di terza elementare, imbevuto di  ridicola retorica di regime e di povere illustrazioni militaresche. Eppure quel nome lo affascinava: Russia, pianura, steppa, spazi sconfinati, cieli vastissimi, vento, inverni gelidi, slitte, cavalli al galoppo, pascoli verdissimi, gente come lui, contadini, poveri, guerra. A loro andava a far la guerra Maggio: a contadini poveri, cui la sconfitta avrebbe imposto nuovi padroni e le spesse patate, lo stesso pane di segala, gli stessi cavoli di sempre, con appena qualche sofferenza in più. Forse proprio lì, tuttavia, avrebbe trovato chi lo capiva, qualcuno insomma disposto a parlare il suo linguaggio, ad ascoltare e comprendere i suoi silenzi, a leggere in fondo ai suoi occhi grigi, colmi di solitudine e di generosità.

La prima cartolina era giunta da un luogo sconosciuto e lontano, soltanto un mese dopo. Salutava tutti, diceva poche cose laconiche: di trovarsi bene, delle numerose zanzare e di tante betulle, come non ne aveva mai viste. Era maggio quando la scrisse e nessuno in famiglia se l’aspettava, dato il suo carattere e la sua scarsa propensione alle relazioni sociali, ancorché formali e di rito. Grande fu pertanto lo stupore quando ad essa ne seguirono altre, con sorprendente regolarità, a cadenza quindicinale: tutte vergate con quella sua grafia incerta, eppure fresche, leggere, quasi venate da un soffio lieve ed autentico di semplice poesia. La censura militare, ferrea quanto pretestuosa, gli impediva di parlare dei luoghi e della gente, ma egli lo faceva indirettamente, descrivendo col suo stile essenziale, le atmosfere, i colori, la vastità di un mondo che certo lo affascinava, ma che lo faceva anche soffrire, nella deriva senza speranza di un oceano di nostalgia. Raccontava, Maggio, di un fiume tranquillo come il Po, ma più grande e più chiaro, assediato da boschi di pioppo dalle foglie tremolanti ed increspato da aliti di vento che giungevano di lontano recando profumi sconosciuti. Raccontava di campi di grano che dilagavano verso orizzonti senza confini, grandi come il mare e come questo percorsi da gigantesche onde, che incurvavano i profili del suolo; ed ancora di boschi fitti di betulle dal tronco candido, così uguali e così silenziosi che ci si poteva perdere. Raccontava di cieli di stelle tanto uguali alle nostre da non riuscire a distinguerle, ma brillanti come i cristalli di brina al primo scroscio di sole. Della guerra, dell’avventura sciagurata che stava vivendo, delle atroci sofferenze che provava e che provocava, non c’era nulla nelle sue parole: non un cenno, non un indizio, nulla.

Trascorsero così i mesi delle messi e delle trincee, dell’attesa e delle foglie gialle. Le betulle divennero d’oro, i pioppi si tinsero d’ocra lungo il grande fiume silenzioso e le sue acque si fecero bionde di limo e turbinose. Vennero le piogge interminabile, le nebbie grevi e le nostalgie insopportabili, le brinate ed i geli di un inverno sconosciuto e feroce, che si affacciava sulla scena di una guerra non ancora combattuta come un protagonista crudele e inatteso. Poi cadde la neve: ne cadde tanta, come Maggio non ne aveva mai vista; tanta da trasfigurare il paesaggio, annullando nel candore velato d’azzurro le onde della steppa ed i boschi di betulla, le trincee e le speranze di tornare.

Egli scriveva nelle cartoline verdi, con il francobollo stampato ed il timbro della censura militare, che sognava talvolta la Clara: quella ragazza del paese vicino con cui aveva ballato una volta sola; ma più spesso lo sfalcio dell’erba medica, nella guazza del primo mattino, ed il profumo della polenta abbrustolita e tante altre cose che gli mancavano. Dei cannoni, il cui rombo udiva avvicinarsi con l’inesorabile lentezza degli eventi fatali, attraverso le vastità senza dimensioni di un orizzonte sconosciuto, non scrisse mai.

Fu verso la metà di dicembre che i Cosacchi attaccarono, ma questo lo si seppe soltanto molto tempo dopo. Essi apparvero all’orizzonte materializzandosi dal nulla, lanciati ad un galoppo sfrenato e suicida e le loro grida sembravano cori esultanti e lontani, che il tambureggiare di mille zoccoli ritmava quasi festosamente. Poi cominciò il crepitìo delle mitragliatrici e cavalli e cavalieri si trasformarono presto in grottesche statue cristallizzate dal gelo. Questo successe il primo giorno in cui la guerra incontrò Maggio e gli parlò del suo destino e da quel giorno Maggio non scrisse più.

Le cronache belliche, al solito prodighe di particolari terribili e angoscianti, descrissero con dovizia ciò che avvenne dappresso: della rotta, dell’accerchiamento, della disfatta, del sudario di neve che tanti giovani avvolse senz’alcuna pietà, in quelle vastità vuote dove la solitudine non concede speranza. Di Maggio, tuttavia, non si seppe più nulla: egli era stato inghiottito dall’orco dell’inverno in quella terra sconosciuta, dove il grano matura a luglio e le betulle sembrano confabulare sommesse ad ogni alito di vento primaverile. Né ottennero alcun risultato le ricerche di quanti lo amavano ed inseguirono per anni la speranza di ritrovarlo, bussando a cento porte, con il cappello in una mano e la foto di un giovane serio, dai lineamenti fini nell’altra.

Io non l’ho mai conosciuto, ma in casa si parlava spesso di lui quand’ero bambino e me lo figuravo, guardando la foto ritoccata sul comò della nonna, come uno zio ragazzo, un po’ taciturno, ma buono e generoso, come sa essere soltanto chi ha sofferto tanto. Si chiamava Maggio e solo questo nome insolito, solare e profumato come i prati primaverili, me lo faceva amare.

Sono passati molti anni e molti hanno dimenticato; altri, che son venuti dopo, addirittura non hanno mai saputo e non sapranno mai. In fondo è normale che sia così: come farebbe altrimenti la storia ad indurre gli uomini nei tragici errori dei padri? Questi tuttavia sono discorsi diversi e troppo difficili. Quanto a me, io non dimentico; soprattutto non lo dimentico e quando sento il poeta cantare: “Dormi sepolto in un campo di grano, non hai la rosa non hai il tulipano che ti fan veglia dall’alto dei fossi, ma solo mille papaveri rossi”, penso in cuor mio che sia stata scritta proprio per lui, per il giovane Maggio che avrei tanto voluto conoscere.

 

(Opera prima classificata al concorso letterario dell’Oratorio di San Donà di Piave “Un racconto per settembre”) SETTEMBRE 2000

La Casa Navigante

Le piaceva tanto dormire in barca. Le piaceva perché dentro quel corpo buio di balena, dentro il ventre di quello strano animale di legno che a volte sembrava vivo, nelle notti quiete, si percepivano odori familiari, si sentiva il respiro del fiume e il sonno delle barche e il russare tranquillo di suo padre.

Lei, Amalia, viveva con i nonni, nella casetta di via del Pass; nella casupola vecchia, con le imposte verdi e scrostate dall’umidità, con l’orticello ordinato e tirato a lustro più della cucina e con il cortiletto verso il levar del sole intasato di cordame e tavole e pale e rotoli di vecchie vele dai colori stinti. Quella casetta che, si capiva, avrebbe voluto affacciarsi al fiume e che ora invece guardava dappresso quello strano muro d’erba che le chiudeva l’orizzonte del calar del sole come una frontiera che esclude, che lascia fuori. Continua a leggere

Caro Capitano

Quando sono giunto al paese aggrappato al versante sud della collina e assediato dal bosco, il sole aveva da poco scavalcato le gobbe fossili dei colli di levante. Dopo le tortuose anse della stradina, tra forre umide e buie, alle soglie dell’abitato la luce radente che incendiava il rosso fiamma delle foglie di ciliegio mi è scrosciata addosso improvvisa. Da poco le sue onde s’infrangevano limpide sulla facciata bianca della chiesa e sul campanile di sasso facendoli rifulgere nella mattina d’autunno; e si capiva come tutto questo avvenisse perché la loro immagine di pace potesse riflettere quella luce il più possibile lontano, verso sud, tra gli uomini della pianura.

Era la prima volta che visitavo questo luogo e che salivo la gradinata monumentale per affacciarmi al recinto sacro che guarda gli orizzonti di pianura del Friuli. Era la prima volta che potevo ammirare il solco grigio del grande fiume che scorre lontano, verso est, brillante come una lama d’argento vivo; e le brume azzurre della pianura in cui s’immergono pavide le prime, basse colline, come branchi di mitici e villosi animali dormienti.

Era la prima volta che incontravo questo paese cui hanno rubato l’anima con gli intonaci freddi e impersonali, con le persiane tetre, con le assurde architetture in cemento e allumino anodizzato che, volendo essere ricostruzione, hanno portato alle conseguenze estreme le distruzioni del terremoto del Novecentosettantasei.

Per questo forse, ma forse non solo per questo, ho visitato il cimitero che s’adagia all’ombra della massiccia torre campanaria. L’ho fatto soprattutto perché ero convinto di ritrovarla li l’anima vera della gente di questo luogo: sepolta, commemorata, celebrata nelle epigrafi del dolore e degli affetti popolari, ritratta nei cammei in bianco e nero di un passato non lontano.

 

Devo dirti, caro Capitano, che il momento era pervaso da una sottile magia ed era solitario, come lo sono le mattine d’autunno in cui il sole accarezza la collina per esaltarne i colori. Quando i fringuelli si muovono a frotte, con voli brevi, lanciando richiami da un albero all’altro per non perdere il contatto con lo stormo che migra.

A quell’ora, che per il passato contadino di questa gente sarebbe stata già tarda, ma che ora s’avvertiva pigra e quasi languida, non c’era nessuno sulla scalinata monumentale; nessuno osservava l’orizzonte dal recinto sacro della chiesa affacciata a lontane distese alluvionali; nessuno percorreva i vialetti di ghiaia fine del cimitero, nessuno indugiava a parlare sottovoce con i morti.

Sembrava un giorno sorto senza che gli uomini se ne accorgessero, così, solo per far pensare i pochi tra loro che s’erano destati, per farli meditare e condurli attraverso quei sentieri della memoria e della nostalgia cui più non sono avvezzi o forse che non amano più percorrere.

 

Sono entrato nel cimitero in silenzio, come un ospite che deve farsi accettare, con deferenza e ho incontrato subito il Cagnasc. Giovanni Cescutti, nato il sei di luglio del 1846 e detto “Cagnaccio”, se ne stava li, aggrappato al muro di cinta a guardare la collina alle spalle del borgo, divenuta selvosa. Se ne stava li quieto, con la sua faccia da brigante stanco e la sua barba candida e incolta, con il suo cappellaccio da pastore e con gli occhi smarriti nel tempo dei suoi anni migliori e nelle vicende alterne del suo passaggio terreno. Non era cattivo Cagnasc, lo si capisce dallo sguardo; era soltanto un po’ selvatico, forse, come tutti quelli cui l’esistenza ha dato poco e che hanno espiato per la vita intera le colpe d’altri, con la fatica. Poteva essere tuo nonno, Capitano, perché era morto quattro anni dopo la tua nascita e doveva essere forte e tenace, perché s’era arrampicato sulle balze della vita fino alla bella età di settantacinque anni.

Poi via via ho scoperto gli altri: uomini e donne, tutti allineati lungo lo stesso muro, insieme come a far conciliabolo, a vegliare i discendenti, a commentare le vicende dei vivi fino ad accoglierli infine tra loro, serenamente. Loro, i custodi dell’anima di questo paese, se ne stavano appartati ma non del tutto dimenticati; piuttosto sopportati e lasciati a sorreggere un muro forse troppo vecchio, ma non ancora cadente. Un muro su cui gli architetti del Giubileo non avevano potuto o voluto mettere le mani e calare i picconi per sostituire al sasso eterno le strutture effimere del cemento armato. Forse per non commettere l’ultimo sacrilegio al cospetto di una comunità che si sta lentamente estinguendo.

 

E’ stato soltanto dopo, uscendo dal cancello di ferro scuro che ho incontrato te; ed è stata la tua stella rossa a rivelarti. La stessa in cui credevi come in un simbolo di liberazione dell’uomo e che ti ha fatto confinare all’esterno del recinto sacro in cui sono rifugiati coloro che credevano nella croce come simbolo di riscatto da un immaginario peccato originale.

Caro Capitano Daniil, è stato bello scoprire che ci sei anche tu; che sei alle spalle di Cagnasc e che guardi la pianura lontana e perennemente avvolta nei veli perlacei del controluce e delle brume.

E’ stato bello conoscere il tuo volto di giovane russo, dall’espressione un po’ corrucciata e seria, come chi è convinto di dover compiere la missione eroica di salvare il mondo, ma ha l’impressione di non esserci riuscito.

E’ stato bello scoprire che hai fatto dono a tutti noi dei tuoi ventisette anni, come l’avresti fatto per la tua gente, ma è anche triste constatare che ti abbiamo ripagato negandoti il recinto sacro riservato ai credenti.

Eppure anche tu credevi nel riscatto dell’uomo e per questo hai dato la vita: che differenza c’era? La pietà che la nostra religione invoca non era forse sufficiente a ripagarti di tanto sacrificio? Pare proprio di no ed è per questo che ho sostato accanto a te, in silenzio, per un frammento di quella mattina di sole e di luce d’autunno: per farti compagnia; per farmi perdonare, per chiederti di non avercela con noi. La morte rende tutti uguali: il grande notaio, l’alto magistrato e l’umile servo-pastore sono soltanto anime solitarie e indistinguibili nell’altra vita, questo lo sappiamo bene. La sola differenza fra il tuo credo e il nostro è che tu volevi l’uguaglianza in questa vita; noi, invece, siamo stati convinti che ci verrà dispensata soltanto nell’altra e che l’ingiustizia si riscatta soltanto dopo la morte.

 

Caro Capitano della Cavalleria Sovietica, che avresti l’età di mio padre, mi è bastato poco per sentirti amico, per sentire che molto abbiamo in comune. Certo, abbiamo, perché anche se sono nato tre anni dopo la tua morte, tu continui a vivere e a diffondere il tuo messaggio, la forza e l’orgoglio della tua stella rossa, con la dignità e il coraggio di chi accetta di morire per le idee cui s’è donato. Questa è fiducia nell’uomo e nasce dalla certezza che qualcuno raccoglierà il messaggio che ciascuno di noi lascia, nel momento in cui varca il recinto sacro e viene appeso al muro o incorniciato da una lapide di marmo.

Sostando accanto a te ho restituito colore ai tuoi sogni ed ho pensato alle pianure ondulate che sconfinano oltre gli orizzonti visibili; ho pensato ai fiumi pigri e imponenti e ai boschi di betulle d’argento attraverso cui pensavi un giorno di cavalcare in pace. Non temere, Capitano, non ti dimenticheremo e l’averti deposto all’esterno del muro, in compagnia della tua stella rossa è stato semplicemente frutto di un atto di delicata pietà. E’ stato perché tu potessi spingere lo sguardo oltre la collina e guardare la pianura azzurra; perché tu potessi sognare la steppa dorata e i suoi cieli illuminati da nuvole immense. Perché potessi continuare a cavalcare con i tuoi compagni, al galoppo e guidare la carica con la sciabola sguainata, come un eroe, per sconfiggere la morte e conquistare l’immortalità nei nostri cuori.

E quando la sera le altre anime si siedono sul muro di cinta del cimitero confabulando e bisbigliando assorte dei destini di questo luogo, avvicinati a loro senza timore; loro non avranno paura della tua uniforme e della tua stella rossa e ti accoglieranno come un figlio, come un fratello, come un friulano che, semplicemente, parla un dialetto strano, di un’altra frontiera.

Loro, i morti del popolo dall’animo semplice e dai sentimenti sinceri, ti faranno sentire a casa.

Grazie Capitano.

Un Amore Perfetto

Ricordo molte cose della mia infanzia. Episodi che mi sono rimasti incisi nella memoria forse per le emozioni da cui sono stati accompagnati. Come ben sai, la memoria è una funzione singolare del nostro cervello e a volte si comporta in modo strano; soprattutto a tanta distanza di tempo. Ci sono cose che, ad esempio, ricordo benissimo ed altre invece che sono state cancellate, quasi fossero svanite tra i veli nebbiosi del tempo, che tutto lenisce e tutto guarisce, come una medicina che ciascuno di noi non può evitare di assumere.

Non so se ti conforterà o ti piacerà quello che sto per raccontarti, ma credo che proprio tu, più di qualsiasi altra, sia la persona che può capire. Quella, insomma, cui posso confidarlo. Anche perché, te lo confesso, non ho mai raccontato questo episodio segreto della mia vita di adolescente, ad alcuno.

 

C’era una grande quercia oltre il ponticello che scavalcava il fosso; e il fosso segnava una sorta di confine, di frontiera tra il domestico delle abitazioni, dei cortili e delle stradine lastricate del borgo e la campagna della collina.

Di quel fosso, incassato tra le terre rosse degli uliveti e di quell’albero, vecchio ma ancora forte e vigoroso, sapevo, conoscevo tutto. Posso ben dire, a pensarci bene, che i miei quattordici anni li avevo trascorsi per buona parte lungo le sponde selvose di quel piccolo corso d’acqua o sotto le fronde generose d’ombra di quella quercia.

E pensare che saranno almeno cinquant’anni che manco da quei luoghi. Dopo la morte della nonna non ci sono più tornato. Forse … non so, forse per una sorta di segreto e interiore rifiuto. Forse per non rompere un incantesimo che si conserva intatto nella mia mente. Chissà; un giorno o l’altro dovrò fare i conti anche con questa storia e dovrò trovare il coraggio per tornare, da pellegrino dell’anima, in quel luogo. Se non altro per farmi perdonare e per mettermi il cuore in pace. O forse, ma si, forse per essere certo che loro, il fosso, il ponticello e la quercia, mi sopravviveranno.

Perché con loro sarà la mia storia, quella che sto per raccontarti, a sopravvivere e a profumare ancora e forse per sempre, la brezza tiepida della primavera di collina.

Questa però è un’altra cosa; scusami se mi sono distratto.

 

Ecco, il ponticello, fabbricato in mattoni non so quanti anni prima, era delimitato da due ali: due parapetti, insomma. Due muretti non più alti di un metro; e quanto alla quercia, che affondava poderose radici sulla stessa sponda di ponente del fosso, si collocava al margine di un piccolo prato.

Non un prato di quelli che tu frequenti quotidianamente; non come quello del giardino qui, di fronte, ma un prato magro, arido e polveroso, di gramigna tenace, che non si arrendeva mai, neppure alle innocenti violenze dei nostri giochi.

Tra le nostre case e la campagna, tra le abitazioni e la collina degli uliveti, delle forre e dei frammenti di selva, sopravvissuti a millenni di lavoro contadino, c’era dunque quella singolare terra di nessuno. Quel frammento di periferia segnato dal calpestio, dalle corse, dalle gare e dai giochi di generazioni di ragazzini, ciascuna delle quali l’aveva ereditata da quella precedente, per decenni o forse, per secoli, così com’era.

Quando si usciva di casa, dopo aver assolto ai nostri doveri scolastici, ecco che si raggiungeva il fosso e, superato il ponte, il prato rinsecchito che la quercia sottraeva agli artigli del sole con la sua ombra profumata.

Certo, ti sembrerà retorica e un tantino melensa questa immagine, questa espressione “ombra profumata”, ma qualche licenza poetica devi pure lasciarmela. Come ben sai, tutto è profumato nell’adolescenza e per quanto mi riguarda, quegli aromi di Mediterraneo che aleggiavano nell’aria a primavera e che mi accoglievano nel mio, nel nostro rifugio dell’anima, ancora li percepisco talvolta, intatti.

 

Accadde di pomeriggio ed era di maggio, il mio mese preferito; e non saprei dirti, in tutta sincerità, se maggio sia divenuto tale proprio a seguito di ciò che sto per raccontarti o se lo sia sempre stato.

Del resto, quello è il mese in cui la primavera danza sui declivi collinari, in cui gli usignoli cantano la notte e in cui i grilli sembrano intonare concerti corali sotto fiumi di stelle. E anche questa è solo apparentemente retorica.

Lei era seduta sull’ala del ponte.

La vidi avvicinandomi, ma ti confesso che prima di vedere che era una ragazza, vidi piuttosto che c’era qualcosa, un particolare insomma, che rendeva diversa la familiare immagine del ponticello e della quercia che sorgeva alle sue spalle. Così, a colpo d’occhio, quel quadro così consueto e solitamente essenziale nella solitudine che lo caratterizzava, appariva all’improvviso turbato dalla presenza di una figura che non conoscevo.

Mi resi conto che gli zingari s’erano accampati nel prato soltanto quando fui a non più di venti passi dal ponte. E fu una sorpresa, che mi colse alla sprovvista e che di primo acchito suscitò in me una certa contrarietà. Se c’erano loro, addio giochi, addio conciliaboli con gli altri ragazzi e chissà per quanto tempo. Perché loro, i nomadi, non si sapeva quando arrivavano, ma neppure si sapeva quando sarebbero partiti.

I loro carrozzoni, coperti da teli come quelli dei pionieri americani, s’erano disposti a semicerchio e avevano occupato l’intero nostro prato, alle spalle della grande quercia. I cavalli, ronzini di età e razza indefinibile che avevano calpestato le strade dell’Europa intera, erano al margine del prato, verso la boscaglia e brucavano l’era secca e dura su cui noi giocavamo a pallone.

Gli zingari non erano amati dalla gente del paese; erano ladri, si diceva, persino di bambini e quand’eravamo più piccoli ci era vietato severamente avvicinarci ai loro accampamenti.

Ora però avevo quattordici anni: ero un uomo e loro non mi facevano più paura; anzi, mi incuriosivano. Di pelle bruna, vestivano abiti colorati e suonavano il violino e strani tamburi ed erano chiassosi e sempre allegri; tanto quanto era silenziosa e poco incline al sorriso la gente del paese. Sembrava quasi che questo loro continuo viaggiare disponesse i loro animi a festeggiare qualcosa che mi sfuggiva e che sembravano ritrovare proprio nella dimensione misteriosa di quella vita senza meta e senza patria. Insomma, sembravano in pace con il mondo, non sé stessi e persino con coloro ed erano tanti, che li accoglievano con ostilità ovunque approdassero.

 

Giunto sul ponticello mi fermai. Non volevo che mi scoprissero a curiosare con lo sguardo nei loro temporanei spazi domestici. Una sorta di pudore me lo impediva e avevo la sensazione di non avere il diritto di entrare in quella loro speciale sfera del quotidiano.

Fu solo a quel punto che vidi la ragazza; o meglio, fu a quel punto che mi volsi verso di lei.

Lei mi stava guardando, con un’espressione tra il divertito e l’interrogativo dipinta sul volto. La divertiva, forse, quella sensazione di sorpresa e di lieve disorientamento che mi aveva colto e che mi si leggeva in viso.

Indugiai brevemente con lo sguardo sul suo viso, tentando di dissimulare l’imbarazzo che sentivo come paralizzarmi. Non mi era capitato molte volte di incrociare lo sguardo con le ragazzine della mia età. Erano smorfiose, sempre in compagnia tra loro e, quando le si guardava negli occhi, distoglievano lo sguardo e prorompevano in quei risolini che mi facevano solo innervosire.

Era bella; anzi era bellissima e, come dire, diversa. Una bellezza strana, da donna più che da ragazzina, anche se era evidente che doveva avere non più di tredici o quattordici anni. Il viso era bruno e gli occhi nerissimi; i lineamenti regolari e la bocca disegnata delicatamente ma al tempo stesso carnosa e, come dire, sensuale. Si, sensuale, anche se allora non sapevo neppure cosa significasse, pur essendo io in grado di cogliere l’essenza, il significato e la seducente bellezza di quel concetto.

Ma erano i capelli a completare il quadro di quel viso da Gioconda, pulita e seducente, esotica e dolce. Erano di un colore strano, tra il fulvo e il rosso ed erano raccolti in una grossa treccia che, dalla spalla, le ricadeva sul petto non più acerbo.

Furono attimi lunghissimi quelli in cui indugiai ad incontrare i suoi occhi e poi ad accarezzare il suo viso, per tuffarmi ancora in quegli occhi scuri che sapevano d’antico e che esprimevano una bellezza a me sconosciuta.

Ero, mi sentivo, come annullato e la volontà non riusciva a comandare il mio corpo, immobile e inerte, al tempo stesso incerto se rimanere o se fuggire. Sospeso tra una pulsione alla ritirata frettolosa e l’indugiare ancora e cedere alla tentazione di un tentativo di conoscenza che mi attraeva e mi tentava.

Fu lei, come sempre accade, a rompere gli indugi e a rivolgermi un sorriso tendendomi una mano.

Mi fece cenno di avvicinarmi e di sedermi accanto a lei ed io risolsi in un attimo tutti i miei angosciosi dubbi e accettai, senza riserva alcuna, travolto dalla dolcezza spontanea di quell’invito.

 

Saranno state le tre del pomeriggio e il sole giocava con le nubi candide dei cieli di maggio. Come vedi, non posso rinunciare ad essere un poeta, perdonami. E’ che lo ricordo proprio così: tiepido, luminoso, un giorno strano e dolce, insomma, come capita di tanto in tanto.

Trovavo strano che nessuno dei ragazzi della banda che si riuniva quotidianamente nel praticello della quercia si fosse fatto vivo, ma forse avevano saputo prima di me dell’arrivo degli zingari e si tenevano prudentemente alla larga.

Parlammo per l’intero pomeriggio, io e lei e non chiedermi di cosa, perché non lo ricordo; o meglio, lo ricordo solo in parte. Cose ordinarie: che scuola frequentavo, come mi chiamavo, se mi piacevano gli animali, se conoscevo certi giochi, se temevo gli zingari, se mi piaceva cantare e ballare. Cose così, innocenti e senza importanza e tuttavia mai mi sono sentito tanto a mio agio, conversando con una ragazza, come in quella circostanza. Perché nei nostri scambi di conoscenze e di gusti, poco a poco ero riuscito ad entrare in quel suo mondo strano e diverso e persino a capire lo spirito che animava quella gente.

E poi era bella, troppo bella e quando mi rivolgeva la parola guardandomi negli occhi sentivo che il mio essere ne era dolcemente appagato, come accade soltanto nei momenti della vita in cui si verifica la singolare, stupenda magia che ti fa sentire in armonia totale con la persona che ti sta vicina. C’era insomma, s’era creato nei suoi confronti, una sorta di magnetismo che mi impediva di andarmene, di staccarmi da quel sedile scomodo, di allontanarmi. Quasi avessi il timore di perderla, di vivere cioè una sorta di incantesimo inverso e di vederla svanire per sempre, allo stesso modo in cui l’avevo trovata.

Non so se lei percepiva le stesse sensazioni, ma sta di fatto che sosteneva con interesse e con intensa partecipazione la nostra estemporanea conversazione. Ed era bello essere li, all’ombra della grande quercia, a due passi dall’accampamento da cui giungevano suoni di voci umane e strilli di bambini, ma al tempo stesso essere fuori dal tempo e dallo spazio, sospesi in una dimensione che mai, prima d’allora, avevo conosciuto.

 

Si fece sera. L’ombra della quercia s’allungò e i colori assunsero tonalità sature e dorate. Il sole doveva essere in procinto di immergersi oltre le colline di ponente e io avvertivo la sottile angoscia dell’imminente distacco salire lentamente. La sentivo salire dallo stomaco e fermarsi in gola e, per quanto deglutissi, la sentivo formare quel magone emotivo che prelude alla fine di un’esperienza che invece vorresti non finisse mai.

Ma fu ancora lei a stupirmi, perché ad un fischio prolungato e acuto che giungeva dall’accampamento, mi si rivolse fissando i suoi occhi nei miei e dicendomi, con la naturalezza che distingue gli inviti sinceri, se volevo cenare con loro.

Ti confesso che rimasi perplesso. Perché se già quell’incontro aveva suscitato nel mio animo emozioni che non sapevo descrivere, se già quel pomeriggio mi sembrava sempre più una sorta di sogno che poteva come tale infrangersi in un attimo, quell’invito andava oltre. Anzi, quell’invito, inatteso quanto improbabile era invece la riprova che era tutto vero. Che tutto stava accadendo veramente.

Non risposi subito e la guardai titubante e un po’ imbarazzato. E già nella mia mente andavano prendendo forma risposte del tipo “ma, veramente io ceno più tardi. Grazie comunque: come se avessi accettato” oppure “scusami, sai, sarei rimasto volentieri, ma mi aspettano a casa e poi devo ancora fare le lezioni per domani”. Ma mentre questo accadeva; mentre questi attimi eterni si stavano consumando e sentivo esplodere in me il conflitto tra un si istintivo e detto con il cuore e un “no, grazie” detto con la mente, fu lei a risolvere la situazione.

Con un balzo lieve scese dal sedile di pietra dell’ala del ponticello, mi prese per mano e mi invitò a seguirla. “vieni dai, non ti mangia nessuno” ricordo che mi disse, ma quel che ricordo fu, soprattutto, il sorriso con cui accompagnò quelle parole. Un sorriso cui non potevo, cui non volevo, cui non seppi resistere.

Fu così che mi ritrovai accoccolato su una stuoia, accanto a lei, al cospetto di un fuoco zingaro, che ardeva allegramente mentre la volta celeste imbruniva appena.

 

Non ricordo quanti fossimo attorno a quel fuoco, né cosa si disse, né chi mi rivolgesse la parola, se mai qualcuno me la rivolse. Ricordo soltanto l’atmosfera di libertà e di attesa al tempo stesso. Perché nessuno avrebbe osato profanare quella cerimonia, che era semplicemente la preparazione di un altro giorno vissuto senza legami, senza mete, con la sola missione di goderne la luce, le musiche, i profumi.

Sento di non esagerare se ti dico che, in quella speciale circostanza, anch’io mi sentii un po’ zingaro e mi ritrovai leggero e senza fardelli che gravassero sulla mia mente o sul mio cuore. Mi sentii figlio di una tribù, protetto dall’intera assemblea di uomini, donne e ragazzini che mi stavano intorno e che mi guardavano, divertiti, sbirciando la mia diversità e il mio malcelato imbarazzo. Perché accanto a me c’era lei, che mi aveva accolto come si accoglie qualcuno che si è lungamente cercato, con la naturale dolcezza che esprimeva una disarmante, struggente sincerità.

Sul fuoco giravano alcuni spiedi e, infilzati su questi, i corpicini di piccoli animali che non avrei saputo riconoscere. A turno ciascuno sfilò un frammento di quel rustico arrosto e fu proprio lei a farlo per me e a porgermi una piccola coscia. “Prendi e assaggia”, mi disse, “è porcospino. Senti che buono e come profuma”.

Ti confesso che quella fu la prima e ultima volta che mangiai carne di riccio e ti confesso pure che la trovai buona e che non fu la suggestione del momento. Lei mi disse che i piccoli cani che la carovana si portava al seguito avevano proprio questo compito: scovare i porcospini e … procurare la cena.

Se quel giorno doveva concludersi con qualcosa di memorabile, ebbene accadde. Perché quella fu una cena indimenticabile, come la musica che ne seguì e le risate e il chiasso festoso intorno a quel fuoco.

 

Quella notte non dormii.

Era come se nel mio animo ribollissero sentimenti che non conoscevo; come se prendessero corpo fantasie  che erano tanto inquietanti quanto affascinanti. Perché quello non era un sogno, ora ne ero certo e la domanda che mi si poneva nonostante tentassi in tutti i modi di ricacciarla negli angoli oscuri del subconscio era: che farai ora che l’hai conosciuta? E come farai a dimenticarla, a lasciarla andare e a fingere che non esita per il resto dei tuoi giorni?

Ma era soprattutto l’immagine di lei, di quei suoi occhi, di quella mano che afferrava la mia, che non mi dava tregua; ed era anche l’assillo di cosa stesse pensando lei, ora. Se fosse sveglia, se mi stesse pensando come io la pensavo e se anch’io fossi rimasto nei suoi occhi e nella sua mente.

Fu una delle notti più lunghe e travagliate della mia vita e il giorno dopo, a scuola, faticai non poco a non crollare addormentato sul banco. Ciò che mi teneva sveglio era soltanto il pensiero che di li a qualche ora avrei potuto rivederla e parlare di nuovo con lei e dirle tutto ciò che non avevo ancora potuto dirle e …

Mangiai in fretta, al ritorno da scuola e volai verso il ponte, con il cuore in mano.

Sul ponticello non c’era nessuno e quando lo raggiunsi vidi che i carri già si stavano muovendo.

L’accampamento era stato smantellato e il viaggio interminabile degli zingari riprendeva.

Il cuore mi sobbalzava in petto, ma non seppi fare altro che sedermi sull’ala del ponticello e attendere che la breve processione sfilasse davanti a me.

I ragazzini e le donne che tenevano le redini dei cavallucci sfiancati mi salutarono ed io rivolsi loro un sorriso. Poi sfilò il terzo carro e la vidi. Se ne stava seduta dietro, con le gambe a penzoloni, quasi volesse essere l’ultima a lasciare quel luogo.

Aveva i capelli sciolti, di un rosso che non so descrivere e mi sembrava ancora più bella.

Scesi dal mio sedile e stetti così, in piedi, a guardarla.

Lei mi fece un cenno con la mano e mi rivolse un sorriso che mi sembrò di rassegnato, fatale commiato. Un sorriso che diceva “lo ha voluto il destino che ti incontrassi e non ti dimenticherò”. Rimanemmo a guardarci per qualche minuto, finché i carri non svoltarono verso il borgo. Perché non ebbi il coraggio di seguirli e avevo solo voglia di piangere.

Non l’ho più rivista e quello rimane l’amore più bello della mia vita. L’amore più pulito, il più sincero, il più vero, il più spontaneo; insomma, un amore perfetto.

Ecco ragazza mia, tuo nonno ti ha svelato un frammento segreto della sua vita che non ha mai condiviso con nessuno. E l’ha fatto per farti capire che l’amore, quello vero, giunge in punta di piedi quando meno te lo aspetti e non ti lascia più.

Se quel giovinetto ti ama davvero, si farà vivo, credimi. Tu non cercarlo e non piangere.

Se non lo farà, significa semplicemente che non ti merita.

 

” Ecco ragazza mia, tuo nonno ti ha svelato un segreto della sua vita che non ha mai condiviso con nessuno. E l’ha fatto per farti capire che l’amore, quello vero, non finisce mai e si rinnova ogni volta trovando un appiglio antico. Sai, tua nonna aveva una vaga sfumatura di rosso nei suoi capelli…. ”

 

Caro Michele,

come vedi questo argomento ha la precedenza sul lavoro.

Torno a chiederti scusa per aver messo mano al finale del tuo racconto splendido perchè è “fresco” e straordinariamente coerente con le emozioni di quell’età.

Fra l’altro hai descritto l’ambiente compreso il ponticello come se tu l’avessi visto, mattoni, polvere ed

erba sempre secca…

In quel finale combierei la parola “antico” con  “inconsapevole”.

Mi sembrava bello  dare lo spiraglio di una continuità.

Non sono daccordo con la condivisione di paternità. Il racconto è tuo!

Potrebbe essere simpatico al limite scrivere:

“Da una storia raccontata una sera d’agosto a casa di Luisa e Mariano Gatto. Scansano 2017”

O, SE VUOI ESAGERARE,  “Da una memoria di Lio Gemignani raccontata una sera d’agosto….ecc.

E  ora  back to work !

Ciao  Lio