Coccodrilli

Posted Lun, 05/09/2016 - 12:09 by Michele Zanetti

 Certi film non dovrebbero circolare: sono dannosi, fanno pensare e suscitano sensazioni e angosce terribili; almeno nelle persone che hanno il coraggio di vederli e l’intelligenza per interpretarli correttamente e per coglierne i molteplici messaggi.
Questo pensano le megior americane, ovvero il sistema di potere capitalista che tiene in pugno e usa con sapiente e perversa spregiudicatezza l’intero sistema, comprese le grandi case di produzione e di distribuzione cinematografica. Non a caso il “Diritto di uccidere” è stato distribuito da una casa “indipendente”, che poi significa, minore, marginale, ininfluente.

All’Oratorio di San Donà, la sola sala che, in paese, proponga qualcosa di diverso e di intelligente, eravamo veramente in pochi, l’altra sera, a sorbirci questo dramma bellico-etico-tecnologico. Segno, quest’ultimo, che il sistema di distrazione e disinformazione dell’Impero funziona. Perché se foste andati, nella stessa serata, ad assistere alla proiezione dell’ultimo collossal sulle “forze oscure del male” che attaccano la Terra, o sugli eroi che combattono contro i mostri che vivono in misteriosi regni ipogei, l’avreste trovata piena.
Per questa stessa ragione è assai probabile che il film di cui parlo non lo vedremo mai passare attraverso i canali RAI. A proposito, tanto per confermare come funziona il sistema di “acculturamento e rimbecillimento delle masse” (l’avrebbe detto Marx ☺), l’altra sera, in dieci canali TV che trasmettevano film, tutti (dico tutti!!!) erano a marchio USA. Come a dire che le storie raccontate da centinaia di migliaia di altri film di altre nazioni, non contano nulla, perché a noi, ai gestori del nostro sistema televisivo, bastano le storie “made in USA”. Storie, peraltro, di una stupidità esemplare e sconfortante. Storie che dovrebbero essere proiettate a scuola e analizzate dagli insegnanti, come esempi emblematici di stupidità collettiva e di relazioni sociali che nascono in una società malata di consumi, di carrierismo, di prevaricazione, di razzismo, di polizia e di criminalità, nonché di miseria culturale e sociale.
Ma torniamo all’oggetto e dunque al Diritto di uccidere.
Il film è semplicemente spaventoso: nel senso che, per la prima volta sbatte in faccia dello spettatore una realtà a dir poco terrificante. Una realtà che fa impallidire il più feroce e deleterio video-gioco sino ad ora inventato (e sono tanti) sulla morte “spedita da un’entità virtuale”. Semplicemente perché, in questo caso, si tratta di realtà.
La vicenda coinvolge i servizi inglesi (buone lane quelli e sempre al servizio dell’Impero), con una colonnella incartapecorita e coriacea, quanto priva di scrupoli e di emozioni; alcuni ministri del governo inglese in fregola di valori etici e con qualche attacco di diarrea; una coppia di deliziosi “operatori di drone” degli USA (un lui e una lei, belli e pieni di sentimenti e di valori etici come non accade mai!); il solito colonnello USA che alla fine dice “bravi ragazzi” a chi ha fatto a pezzi qualche decina di persone e vede protagonisti persino gli uomini dell’esercito del Kenya, che si dilettano, appunto, di videogiochi.
Vi risparmio il contenuto, che alla fine, nonostante le encomiabili intenzioni degli autori (assai bravi, come del resto gli attori), risulta purtroppo lontano dalla realtà e persino risibile. Questo, ovviamente, se paragonato a ciò che quotidianamente accade, nel mondo, ad opera degli stessi protagonisti della storia raccontata.
Sta di fatto che si scopre che, ciò che io preconizzavo per scherzo qualche anno fa, ormai è realtà operativa. Dicevo infatti, a suo tempo e a proposito dei droni, che se un bel giorno ti accoccoli dietro una siepe per fare i tuoi bisogni, potrebbe accadere che venisse a trovarti un missile, sganciato da ventimila piedi d’altezza e da una “intelligence” che ti ha schedato e preso le misure biometriche del viso e di altre parti anatomiche, classificandoti come terrorista.
Già, “terrorista”, termine abusato, elastico, adattabile e utilissimo, che serve anche ai turchi per classificare i Kurdi e agli israeliani per classificare i Palestinesi.
Ma non è questo il solo aspetto del film che fa riflettere, perché li i terroristi sono quelli veri di Al Shaabab, con tanto di cinture esplosive e quant’altro. L’altro e più importante, infatti, è il “danno collaterale”, che poi significa “vittime innocenti” (bambini, donne, vecchi, passanti, ecc.). E’ su questo che il film crolla, perché i due operatori americani alla fine piangono. Le loro, per chi sa, sono tuttavia lacrime di coccodrillo, perché in realtà i “danni collaterali” sono sempre ignorati e sono migliaia, come accade in Afghanistan, Pakistan, Kurdistan, Palestina e chissà ancora dove.